E' triste che la discoteca sia lo specchio della nostra generazione, o, per lo meno, di una buona parte di essa, questo ameno luogo infatti racchiude in sé tutti i concetti chiave della nostra gretta società odierna, l'ostentazione del denaro, un'inutile e volgare trasgressione, il tema della “solitudine in mezzo alla folla”, l'ammirevole ricerca di una morte prematura.
La discoteca non è nient'altro che un modo per non sentirsi soli, spenti, offre la pia illusione che si stia effettivamente facendo qualcosa delle proprie miserevoli vite, per convincersi di essere qualcuno che si gode la vita, che è padrone di sé stesso e del suo tempo, in realtà basterebbero pochi minuti di autoanalisi per rendersi conto che tutto questo non è altro che il frutto di una società allo sfascio, infarcita di falsi valori (leggasi denaro) e dove i rapporti umani si riducono ad una limonata occasionale nello squallido bagno di un qualche locale di terz'ordine dal nome esotico e accattivante come un libro di Isabella Santacroce.
Ma ovviamente nessuno ha interesse a vedere cosa ci sia effettivamente dietro a questo fenomeno figlio della massa e del consumismo e i gestori ringraziano.
Purtroppo questo non è un trattato di psicologia e io dovrei essere ironica, abbandoniamo dunque la “dietrologia” e gettiamoci a capofitto nelle amorevoli braccia della stupidità umana.
Se qualcuno volesse criticare le discoteche non faticherebbe affatto a trovare argomenti che supportino la propria tesi, si potrebbe parlare dell'uso e spaccio di droga, delle “stragi del sabato sera”, delle risse, della violenza, addirittura dei danni uditivi causati dalla prolungata esposizione a tutti quei decibel; conscia dunque del fatto che parlar male di certi posti sarebbe come sparare a dei pesci in un barile, cercherò di tralasciare gli argomenti sopracitati (anche perché ho il sospetto che tutti sappiano che droga e alcol portano a morte prematura) per darmi all'arte della “critica sterile”.
C'è chi dice che bisognerebbe dire il peccato e non il peccatore, ma come non soffermarsi sulla fulgida icona dell'avventore-tipo di tale locus amoenus?
Tutti saranno andati almeno una volta in discoteca, ma questo certo non fa di noi degli armenti dalla personalità pari a quella di una scarpa, il fenomeno inizia ad essere preoccupante quando ogni sabato che il buon Dio manda sulla terra uno spende minimo dieci euro per andare in un posto chiassoso e affollato che odora di sudore e reflussi gastrici dove, se dotato di almeno due cromosomi X, verrai come minimo palpeggiato da un paio di sconosciuti con almeno il doppio dei tuoi anni e se invece hai optato per un cromosoma Y, coinvolto in una rissa tra ubriachi.
Sarà che la mia idea di divertimento non corrisponde esattamente al vomitare su un orribile divanetto in similpelle, ma davvero non vedo cosa ci sia di così eccitante.
Forse è la musica che anche un bambino di cinque anni, che batte ripetutamente il suo paffuto ditino su una tastiera della Chicco, potrebbe fare? Forse le interminabili code all'ingresso? O magari preferiscono quelle al guardaroba?
Ci sono! Devono essere quelle lucette chemioluminescenti normalmente usate per la pesca notturna, Nessuna meraviglia dunque che se le mangino (per inciso, ingerire quella roba può causare ipoglicemia e insufficienza epatica e renale acuta, facciamo anche un po' di educazione alla salute).
Perché si va in discoteca? La risposta è talmente ovvia che addirittura uno del Dante ci arriverebbe. Va di moda. Sì, ebbene è proprio questo il segreto del successo di tutti quei locali. Non perché è divertente, non perché l'esperienza ci lascia arricchiti nella nostra, già vacillante, interiorità.
Ma torniamo al fattore moda, come ogni tendenza essa nasce dalla stupidità della massa e dal bisogno di poveri individui di fare soldi, questi deliziosi subumani, incapaci di una qualsivoglia occupazione utile nella società, escogitarono un modo per spillare soldi ai ragazzini di 14 anni, o comunque a individui con la stessa capacità cranica di un quattordicenne. Il metodo era piuttosto semplice, la discoteca era una cosa da grandi. Come non fremere di gioia orgogliosa quando uno di questi fanciulli, forti della loro condizione di neoliceali e delle loro scarpe firmate comprate dal “papi” in occasione del primo giorno di scuola, ti passa accanto bullandosi con l'amichetto che sono stati in discoteca fino alle tre di notte a bere perché “io non sono mica un bamboccio!”. Lo stesso principio potrà essere applicato anche a fasce d'età superiore, basterà aggiungere un uno per ogni anno in più. Non siete felici dunque? Male! Dovreste, per certi individui il coma etilico è una benedizione. Andare in discoteca dunque è come dire al mondo “eccomi, sono un adulto, faccio le cose che fanno i grandi, mi prendo la mononucleosi andando con chiunque sia dotato di due gambe e respiri e mi metto in lista per un trapianto epatico”.
Come riprova del fatto che i locali notturni sono fonte di popolarità basta dare un'occhiata a chiunque si definisca PR o DJ, i primi si vanteranno delle loro conoscenze, i secondi della loro cultura in ambito musicale, il fatto poi che i loro rapporti amicali si limitino ad un “Oh! Ciao vez, come ti va?” e che la “cultura musicale” si limiti ai remix delle canzoni dello Zecchino d'Oro per loro è indifferente.
Una menzione particolare va anche agli intrattenitori, le cubiste, disinibite nonché ubriache ragazzine di quattordici anni, travestiti sadomaso (oh! L'inutile trasgressione!) e i già citati Disk jockey, abili ragazzotti che fanno il lavoro di un qualunque lettore CD e “suonano” la consolle, come se pigiare bottoncini a caso richiedesse una qualche abilità superiore a quella di una scimmia ammaestrata e i magici giovini delle Public relations, distributori ambulanti di volantini che finiranno per diventare venditori porta a porta di aspirapolvere.
Va però detta una cosa, nonostante la loro opprimente banalità ammantata di ingiustificato orgoglio, essi sono coerenti, sono quelli che riempiono i loro blog delle foto di “serate scascio in disco”, di sproloqui senza capo né cosa sulla musica house e elettronica, di strazianti resoconti sulle loro avventure amorose che durano il tempo di un tete-a-tete in mezzo alla pista.
Deprecabili sono piuttosto, quei buffi pseudo intellettuali che criticano la discoteca, perchè loro non sono mica “dei pecoroni che seguono la massa”, peccato che immancabilmente, giusto per non fare la figura degli “sfigati asociali”, ci vadano, si ubriachino e poi si lascino andare a commenti su come sia desolante andare in discoteca. C'è più dignità nell'ottusa perseveranza delle proprie azioni sbagliate che nella codardia di chi non ha il coraggio di sostenere le proprie idee.
Vorrei chiudere con una citazione dal caro film di Davide Ferrario, Tutti giù per terra, “Le discoteche sono come le chiese; preti e dj si dannano l' anima per convincerti che tutto va bene, tutto è bellissimo. Io in chiesa e in discoteca ci andavo una volta l' anno. In chiesa se moriva qualche parente e in discoteca oggi, e più o meno con lo stesso stato d' animo.”
Giulia O.
La discoteca non è nient'altro che un modo per non sentirsi soli, spenti, offre la pia illusione che si stia effettivamente facendo qualcosa delle proprie miserevoli vite, per convincersi di essere qualcuno che si gode la vita, che è padrone di sé stesso e del suo tempo, in realtà basterebbero pochi minuti di autoanalisi per rendersi conto che tutto questo non è altro che il frutto di una società allo sfascio, infarcita di falsi valori (leggasi denaro) e dove i rapporti umani si riducono ad una limonata occasionale nello squallido bagno di un qualche locale di terz'ordine dal nome esotico e accattivante come un libro di Isabella Santacroce.
Ma ovviamente nessuno ha interesse a vedere cosa ci sia effettivamente dietro a questo fenomeno figlio della massa e del consumismo e i gestori ringraziano.
Purtroppo questo non è un trattato di psicologia e io dovrei essere ironica, abbandoniamo dunque la “dietrologia” e gettiamoci a capofitto nelle amorevoli braccia della stupidità umana.
Se qualcuno volesse criticare le discoteche non faticherebbe affatto a trovare argomenti che supportino la propria tesi, si potrebbe parlare dell'uso e spaccio di droga, delle “stragi del sabato sera”, delle risse, della violenza, addirittura dei danni uditivi causati dalla prolungata esposizione a tutti quei decibel; conscia dunque del fatto che parlar male di certi posti sarebbe come sparare a dei pesci in un barile, cercherò di tralasciare gli argomenti sopracitati (anche perché ho il sospetto che tutti sappiano che droga e alcol portano a morte prematura) per darmi all'arte della “critica sterile”.
C'è chi dice che bisognerebbe dire il peccato e non il peccatore, ma come non soffermarsi sulla fulgida icona dell'avventore-tipo di tale locus amoenus?
Tutti saranno andati almeno una volta in discoteca, ma questo certo non fa di noi degli armenti dalla personalità pari a quella di una scarpa, il fenomeno inizia ad essere preoccupante quando ogni sabato che il buon Dio manda sulla terra uno spende minimo dieci euro per andare in un posto chiassoso e affollato che odora di sudore e reflussi gastrici dove, se dotato di almeno due cromosomi X, verrai come minimo palpeggiato da un paio di sconosciuti con almeno il doppio dei tuoi anni e se invece hai optato per un cromosoma Y, coinvolto in una rissa tra ubriachi.
Sarà che la mia idea di divertimento non corrisponde esattamente al vomitare su un orribile divanetto in similpelle, ma davvero non vedo cosa ci sia di così eccitante.
Forse è la musica che anche un bambino di cinque anni, che batte ripetutamente il suo paffuto ditino su una tastiera della Chicco, potrebbe fare? Forse le interminabili code all'ingresso? O magari preferiscono quelle al guardaroba?
Ci sono! Devono essere quelle lucette chemioluminescenti normalmente usate per la pesca notturna, Nessuna meraviglia dunque che se le mangino (per inciso, ingerire quella roba può causare ipoglicemia e insufficienza epatica e renale acuta, facciamo anche un po' di educazione alla salute).
Perché si va in discoteca? La risposta è talmente ovvia che addirittura uno del Dante ci arriverebbe. Va di moda. Sì, ebbene è proprio questo il segreto del successo di tutti quei locali. Non perché è divertente, non perché l'esperienza ci lascia arricchiti nella nostra, già vacillante, interiorità.
Ma torniamo al fattore moda, come ogni tendenza essa nasce dalla stupidità della massa e dal bisogno di poveri individui di fare soldi, questi deliziosi subumani, incapaci di una qualsivoglia occupazione utile nella società, escogitarono un modo per spillare soldi ai ragazzini di 14 anni, o comunque a individui con la stessa capacità cranica di un quattordicenne. Il metodo era piuttosto semplice, la discoteca era una cosa da grandi. Come non fremere di gioia orgogliosa quando uno di questi fanciulli, forti della loro condizione di neoliceali e delle loro scarpe firmate comprate dal “papi” in occasione del primo giorno di scuola, ti passa accanto bullandosi con l'amichetto che sono stati in discoteca fino alle tre di notte a bere perché “io non sono mica un bamboccio!”. Lo stesso principio potrà essere applicato anche a fasce d'età superiore, basterà aggiungere un uno per ogni anno in più. Non siete felici dunque? Male! Dovreste, per certi individui il coma etilico è una benedizione. Andare in discoteca dunque è come dire al mondo “eccomi, sono un adulto, faccio le cose che fanno i grandi, mi prendo la mononucleosi andando con chiunque sia dotato di due gambe e respiri e mi metto in lista per un trapianto epatico”.
Come riprova del fatto che i locali notturni sono fonte di popolarità basta dare un'occhiata a chiunque si definisca PR o DJ, i primi si vanteranno delle loro conoscenze, i secondi della loro cultura in ambito musicale, il fatto poi che i loro rapporti amicali si limitino ad un “Oh! Ciao vez, come ti va?” e che la “cultura musicale” si limiti ai remix delle canzoni dello Zecchino d'Oro per loro è indifferente.
Una menzione particolare va anche agli intrattenitori, le cubiste, disinibite nonché ubriache ragazzine di quattordici anni, travestiti sadomaso (oh! L'inutile trasgressione!) e i già citati Disk jockey, abili ragazzotti che fanno il lavoro di un qualunque lettore CD e “suonano” la consolle, come se pigiare bottoncini a caso richiedesse una qualche abilità superiore a quella di una scimmia ammaestrata e i magici giovini delle Public relations, distributori ambulanti di volantini che finiranno per diventare venditori porta a porta di aspirapolvere.
Va però detta una cosa, nonostante la loro opprimente banalità ammantata di ingiustificato orgoglio, essi sono coerenti, sono quelli che riempiono i loro blog delle foto di “serate scascio in disco”, di sproloqui senza capo né cosa sulla musica house e elettronica, di strazianti resoconti sulle loro avventure amorose che durano il tempo di un tete-a-tete in mezzo alla pista.
Deprecabili sono piuttosto, quei buffi pseudo intellettuali che criticano la discoteca, perchè loro non sono mica “dei pecoroni che seguono la massa”, peccato che immancabilmente, giusto per non fare la figura degli “sfigati asociali”, ci vadano, si ubriachino e poi si lascino andare a commenti su come sia desolante andare in discoteca. C'è più dignità nell'ottusa perseveranza delle proprie azioni sbagliate che nella codardia di chi non ha il coraggio di sostenere le proprie idee.
Vorrei chiudere con una citazione dal caro film di Davide Ferrario, Tutti giù per terra, “Le discoteche sono come le chiese; preti e dj si dannano l' anima per convincerti che tutto va bene, tutto è bellissimo. Io in chiesa e in discoteca ci andavo una volta l' anno. In chiesa se moriva qualche parente e in discoteca oggi, e più o meno con lo stesso stato d' animo.”
Giulia O.

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