lunedì 9 giugno 2008

LA MERICA – parte 2 (fortune’s wheel)

Giant Chicken


La strada per raggiungere L.A. è larga, comoda, pubblicizzata da cartelloni ogni metro. Sprazzi di realtà sono nel fumo delle ciminiere delle enormi fabbriche in periferia, o in quella casa assediata da poliziotti armati di fucile che cercano di stanare un criminale.
Alla mattina il cielo non è limpido, ma si distingue senza problemi l’insegna della terra del cinema. La downtown della città conserva i tratti messicani, ma il mercato, le danze popolari, i churros e i mariachi esistono solo per i turisti; qui i discendenti dei messicani lavorano nei fast food pagati a ore.

Per le strade della fabbrica americana di film destinati al successo, di fronte al teatro cinese si affolla la comunità impazzita di quelli che vivono sotto la collina più famosa del mondo. Ne vedi di tutti i generi: chi è vestito da Elvis, chi da Yoda, chiunque cerca di guadagnarsi da vivere come i nostri cari centurioni sotto il Colosseo. A calpestare il suolo impresso dei vari nomi di Clint Eastwood e Tom Cruise ci sono anche aspiranti screen-writers, ognuno con la propria storia nel cassetto, ognuno col proprio metro quadro di marciapiede e il proprio cartoncino 50x20 con scritta la storia perfetta per il Johnny Depp o la Scarlett Johansonn di turno.

Cerchiamo riparo dal sole e un po’ di ristoro nel fast food più vicino: naturalmente all’interno ci sono gigantografie di star che campeggiano alle pareti. Entra nel ristorante un uomo in completo da businessman, fissa il volto enorme e gli enormi denti di Julia Roberts con gli occhi lucidi, poi con la mano passa un bacio dalle sue labbra umide a quelle dell’attrice coperte dal plexiglass, lasciando un alone vistoso.
Sconcertato, mi giro dall’altra parte, dove un vecchio cinese si sta pulendo la bocca con due dita.
A Rodeo Drive la storia è diversa: l’Italia domina in grande stile con tutte le sue firme migliori. Dolce & Gabbana mette in mostra piramidi di borse leopardate, sorvegliate da manichini vestiti d’oro. Gucci ha buttafuori scimmieschi. Sfrecciano le Ferrari e le Lamborghini. E’ un’immagine difficile da togliersi dalla mente quando, giorni dopo, per le strade di San Francisco, ad ogni angolo qualcuno ti chiede l’elemosina per un tozzo di pane o una dose di eroina: chi sopravvive, e chi cerca di anestetizzarsi dal mondo. Più sincero è quel clochard al molo 19 che sul proprio cartoncino ha scritto: “Why lie? I just need a beer!”.

San Francisco, la città che ti accoglie con una nebbia mistica, dove le nuvole prendono la forma di grattacieli e di reticoli futuristi dei ponti stratosferici. La città dove nacque il movimento hippie, dove si svilupparono i testi della beat generation, la città più tollerante per le diversità etniche e sessuali, paradiso culturale che si snoda su e giù per le strade come un roller coaster. Se la musica più ascoltata in California è l’hip-hop, qui è l’indie-rock, genere di tendenza, e non poteva essere altrimenti in questa città che odora di vintage dalla testa ai piedi.

La città delle case colorate, dei ponti, è anche quella dei Levi’s, delle case vittoriane e del carcere più famoso del mondo. I negozi infinitamente grandi di Union Square si alternano al culto dell’usato in Height street, dove si trovano libri, vestiti, cd e vinili a prezzi bassissimi. Per strada i punk cedono il passo a manichini manageriali, come china town cede i propri baku di pietra alle grazie del quartiere italiano. Saltano all’occhio dei localini bohemien, che sembrano isolatissimi, ma nascondono il cuore pulsante di questa città, tra le note del sassofono di strada e gli sguardi curiosi degli sconosciuti innovatori del posto.

Ancora San Francisco, nella notte scura, la più europea delle città americane, eccola aprire di scatto mille occhi gialli che dall’alto fissano la strada, dove imperversano i ruggiti delle Rolls Royce; città sudata d’umori adrenalinici, nera e grigia come una Metropolis espressionista, come la Gotham City di Batman.

Ho dovuto abbandonare questa città per tornare alla costa, per incontrare un altro mostro bifronte; pochi chilometri di spiaggia, e da una parte troviamo Venice Beach, dove sul lungomare un tatuatore cede il posto al negozio di skate che lascia spazio a chi vende magliette ricordo che si sposta per lasciar passare il giocoliere; e la gente fuma erba, e si ascolta musica a palla. Dall’altra parte, Santa Monica, la spiaggia eletta dai surfisti per la perfezione costante e sistematica delle sue onde, dove sono tutti belli, dove hanno girato alcune scene di O.C., dove sulla Third Street viene a fare compere l’upper class costiera. Mi chiedo solo se l’una sappia dell’esistenza dell’altra.
E il mare, il mare se ne frega e bagna tutti con lo stesso ardore cieco.

Vinnie

domenica 1 giugno 2008

Nodo

La mia vita è un nodo.
Un nodo di quelli che li vedi e dici: “Questo è un gran brutto nodo!”
Un nodo di quelli con talmente tanti lacci che
si ingarbugliono,
si mischiano,
si serrano e si lamentano
che a volte mi viene voglia di tagliargli questi lacci.
Ma poi penso che, senza questi lacci, le perdo le mie scarpe di legno e di stoffa colorata.
E, mesto, realizzo che di scarpe ho solo queste.

Ma ho smesso di avere gli occhi umidi, ho smesso.

E ho smesso di chiedere aiuto ai compagni di giochi, ho smesso.

Perché i miei rubicondi compagni di giochi, ne sanno fare tanti di nodi, ne sanno allacciare tante di scarpe.
Ma se tu chiedi loro di slacciarli i nodi, di sbrogliare la matassa “Ah, questo mai!” rispondono colpiti nell’orgoglio.

I miei rubicondi compagni di giochi ne sanno fare tanti di nodi, ma scioglierli, giammai, va contro i loro principi.

Tutto al più ti dicono “questo è il laccio rosso e questo è il laccio blu, arrangiati.”
Grazie, amico mio rubicondo, guancie rosse, cuore leggero, peccato che tu non sia meno daltonico di me.

Ho smesso di chiedere aiuto ai compagni di giochi, ho smesso.

E ho smesso di abbassare le saracinesche sui miei occhi e accendere la luce artificiale della speranza, perché quando il sole rifà la sua comparsa e mi colora di luce albuina, quando le riapro,le saracinesche dei miei occhi, i nodi sono ancora lì.
E c’è quel laccio in più che prima non c’era.

E ho smesso, smesso, e smesso.

Ma qualcosa l’ho imparato.

Ho imparato che non tutti vedono i nodi alle loro scarpe.
Ho imparato che molti inciampano senza nemmeno sapere che i loro mocassini sono solo un illusione, e che come serpi i viticci si serrano fino alle loro ginocchia.

Ho imparato la consapevolezza di aver questo grosso nodo, articolato come il grappolo d’uva non ancora pestata.

Ho imparato la consapevolezza di avere il braccio,
che ha la mano,
che ha le dita,
che hanno le forbici.

Ho imparato le forbici.

E mi sono messo gli occhiali dalle lenti arcobaleno, perché se tutto è arcobaleno, il daltonismo è fantasia.

Dunque ora ho le forbici e ho gli occhiali arcobaleno e sono in grado di distinguere quali lacci tagliare e quali no.
Non mi resta che tagliare i lacci in più,e ridurre il mio nodo all’indispensabile.
Perché ho imparato che questo nodo ce l’avrò sempre, finchè non mi toglierò le mie scarpe di legno e tessuto colorato.

Ma ora questo mio nodo, che si rimpicciolisce di giorno in giorno, come il mandarancio in decomposizione, se non mi permette di correre, mi lascia saltare.

E salterò, salterò e salterò.

Salterò ogni volta che i miei rubicondi compagni di quotidianità giocheranno al nodo più grosso.

Salterò quando l’affetto è una malcelata prigione.

Salterò quando il fumo mi soffoca, e respirerò aria nuova.

E salterò sempre più in alto, il trucco sta nel non farmi rubare i miei occhiali color arcobaleno da nessuno,
perché di colori si nutre il metallo vorace.
F.T.

giovedì 8 maggio 2008

In ogni minoranza intelligente c'è una maggioranza di imbecilli. (Andrè Malraux)

Per essere felice, la maggior parte delle persone deve sapere di stare o di essere meglio di altre. Deve sentirsi una minoranza, una minoranza per quanto riguarda ciò che gli interessa.
Una minoranza ha la Porsche, una minoranza legge Artaud, una minoranza compra i mobili da Cassina, una minoranza crede davvero in dio.
Nessuna di queste è ovviamente una minoranza.
Ed è qui che viene il bello. Perché tuttavia, chi ha la Porsche, legge Artaud, arreda da Cassina o crede in Dio, pensa comunque di essere, a suo modo, una minoranza. O perché ci crede davvero, o perché pensa di fare le stesse cose in modo diverso dagli altri. Per dirla con la portinaia: con personalità.

Questo si spiega molto semplicemente: ognuno ha una coscienza propria.
Egli pensa di sentire in modo diverso da chiunque altro solamente perché, se si tira un pizzicotto, solo lui sente dolore.

Ognuno sente di far parte di una minoranza da cui, ovviamente, il resto del mondo (al di fuori dal pianerottolo) è escluso.

Oltretutto non esiste niente di così schifosamente omologante come le minoranze.
In ogni sistema, per piccolo che sia, si ricrea esattamente la stessa identica struttura asfittica del sistemone. Ognuno arriva a ricoprire un ruolo che gli si è imposto in modo automatico e conforme.

Dovremmo concepire dunque la felicità come quella cosa che davvero ci renderebbe felici in un mondo completamente deserto. Se io domani rimanessi solo a questo mondo, che cosa mi piacerebbe?
Dopo aver rubato tutte le macchine rimaste parcheggiate senza un proprietario, dopo aver mangiato qualsiasi cosa, dopo aver preso e indossato tutti i vestiti che più mi piacevano, che cosa farei dopo? Cosa mi piacerebbe?
Le cose le abbiamo sempre fatte, dette, lette e viste per gli altri.
Per rapportarci, per confrontarci, per essere migliori di.
Ora che sarei da solo, ascolterei gli stessi dischi? Guarderei gli stessi film che vedevo quando ero inserito in una società?
Ecco. Quella è la libertà. Quella che viene dopo.
Fare qualsiasi cosa per nessuno. Senza alcuno scopo, senza alcuna giustificazione.

Il borghese è quello che compie qualsiasi azione avendo prima o dopo una giustificazione o un motivo.
Questo solo definisce davvero un borghese.

"Se mi venisse il cancro e fossi terminale, proverei l'eroina."

Eccolo lì.

La mancanza di giustificazione è l'unica cosa che può salvare il mondo. Tutti i mali derivano da un secondo fine. Tutti i discorsi fatti per significarne altri, tutti gli oggetti comprati per dire che, tutte le cose fatte per... e non fatte e basta, sono quelle che in realtà fanno male a noi e agli altri.

Ogni cosa fatta per guadagnare (soldi, stima, storia, benevolenza) è avanguardia solo per chi ci guadagna, e poteva essere fatta solo da chi l'ha fatta, anche se è abitudine dire il contrario ("Questo lo facevo anche io").
La merce di scambio è quasi sempre quella che si voleva ottenere, ma nessuna contropartita nobilita lo scopo. Mai.
Avanguardia oggi non è più raggiungere il minimo numero di persone possibile già avendo in testa un'idea di nicchia comprata al supermercato. Avanguardia oggi è raggiungere il maggior numero di persone senza una giustificazione.
E' la potenza del gesto.
La comodità di un gesto, la scomodità di un testo.
E' chiamare il mondo intero al telefono nello stesso momento e mettere giù.

Ema

"La vomitudine"


Questa rubrica si propone un analisi critica della realtà a noi più vicina, quella a dimensione di studente, di metropoli, casa o cittadina. E’ la realtà del nostro mondo, quel palcoscenico pre-fabbricato sul quale svogliatamente ci svegliamo ogni mattina, e sul quale ci accasciamo svenati di significati la sera, quando la notte cala, sipario su una commedia futile, sudario su un’esistenza inutile. Tale rubricozzola non fornisce verità sostitutive, religioni alternative, ma vuol offrire riflessioni semplici e personali, libere da ogni preconcetto sul panorama sociale contemporaneo. E vuole lanciare impulsi, pungenti come spilli, per scuotere dalla pigrezza mentale e riprendere le redini della nostra giovane mente, ahinoi spesso domata.
Ogni volta sarà trattata una tematica in modo forzatamente inesauriente, per motivi di spazio, ma potendo offrire solo spunti, chiunque è libero di interessarsi e approfondire .
Ogni meditazione nasce da un acuto senso di conato nei confronti di tutto ciò del reale che sa di falso e di banale. Per tal motivo giustificate la grossolanità del titolo, quanto mai appropriato per un mondo che colpisce allo stomaco.

IL DELITTO PERFETTO: QUANDO LA TELEVISIONE è PEGGIO DELLA PORNOGRAFIA
La dimensione di vita, il mondo già formato, strutturato e complesso in cui ci siamo inseriti è efficiente, pratico e comodo; in questo tessuto sociale in cui tutti i bisogni fondamentali e di sicurezza sono soddisfatti e la cultura basilare è assicurata, basta avere un poco di denaro, lo strumento economico utilizzato come mezzo di scambio e riserva di valore, per procurarsi il necessario per sopravvivere, con un lavoro stabile, cioè un attività produttiva con cui si occupa il prorio tempo e da cui si trae un vantaggio economico, per aggiungere al necessario oggetti, comfort e divertissement.
Oggi, nel XXI secolo il progresso tecnico ed economico ci ha portato nel cuore dell’era del benessere. Garantita la nostra sopravvivenza e soddisfatti i bisogni primari, possiamo cercare gratificazione e senso alla nostra vita nell’amore, nei viaggi, nella relizzazione della propria carriera lavorativa, nella ricchezza economica, inseguendo lo spettro della felicità, lo stato di benessere supremo che accompagna la gioia dei sensi a quella dell’intelletto.
La vita dei nostri giorni è immensamente più facilitata e confortevole di quella di sessant’anni fa, grazie al trionfo della tecnica o tecnologia (parola che viene erroneamente fatta rimare con Progresso), il settore di ricerca specialistica che sviluppa macchine partendo dai principi della scienza.
Negli anni dell’ asservimento sofisticato ad una tecnologia integrale, nelle mansioni più umili e faticose ci sostituiscono le macchine, frutto dell’ultimo stadio del progresso da cui siamo serviti e allo stesso tempo asserviti. Fra quelle di utilizzo domestico ve né una che transcende la dimensione della casa e funge da medium fra il mondo e l’individuo:è la televisione.

La TV è l’epicentro di un fenomeno di cultura mediatica che suscita epidemica banalità e lo spegnimento del pensiero. In questo monolito nero, si nasconde un intero universo, un mondo a sé stante che ha l’arrogante pretesa di coincidere con quello reale. La tv è la plasmatrice di una civiltà dell’immagine in cui sotto l’accattivante apparenza si nasconde il marcio, l’orrore, il nulla. Questa scatola nera immancabilmente presente nella casa di ogni consumatore, fin dalla sua nascita si è fatta araldo dell’informazione, tentando di concentrare tutto quello che c’è da saper sul mondo (o meglio quello che fa notizia e finchè fa notizia) nello spazio angusto di trenta minuti di trasmissione. Una presenza assillante come quella della tv nelle nostre case, che abbaia anche durante i pasti o che ci tiene incollati alla sedia, illudendoci che il mondo sia lì e non al di fuori del focolare domestico ( si parla di illusione mediatica del reale in diretta), ha come conseguenza inevitabile la psico-apatia, cioè l’incapacità di emozionarsi e di stupirsi, perché tutto è già visto, dunque non c’è più nulla da vedere. La creazione di una barriera tra noi e il mondo che ci circonda è una necessità che ci si pone, dal momento che è impossibile sopportare emotivamente il bombordamento mediatico continuo e massiccio.
Dunque guardando il TG quotidiano, di fronte alla notizia di cronaca nera o quella di cronaca rosa abbiamo la stessa reazione: l’indifferenza, se stiamo mangiando, continuamo a mangiare.

Abitualmente, nel nostro universo mediatico, l’immagine sta al posto dell’evento. L’immagine si sostituisce all’evento, e il consumo dell’immagine esaurisce l’evento per procura. Questa visibilità sostitutiva è la strategia stessa dell’informazione, cioè, in realtà, il proseguimento dell’assenza di informazione con tutti i mezzi. Proprio come la guerra attuale è il proseguimento dell’assenza di politica con altri mezzi. Così la guerra in Iraq non è una guerra , ma è quel che ce ne dicono i media, non è più neanche informazione.
Grazie alla televisione si coglie tutto il mondo in contemporanea, ma in realtà più la tecnologia mi da informazioni, meno io sono in grado di assimilarle. Abbiamo bisogno di ri-emozionarci attraverso lo scarto della metafora; il prezzo è perdere il contatto con la realtà e con il reale significato delle cose, sostituito da quello tecnico, artificioso.

Il telegiornale è più osceno della pornografia perché viene preso come fonte di verità.
La pornografia distrugge la sacralità dell’atto della seduzione, composto da affetto, desiderio, aspettativa, attrazione, gioco. Tutto è svelato: quindi dal mistero del piacere di amare si passa alla banalità dell’atto meccanico, svuotato dei suoi significati, e dei sentimenti che aveva per ognuno.
Lo stesso processo avviene quando attraverso la televisione tutto è mostrato.
Dalle cose più banali a quelle più serie, il mondo è sintetizzato in un servizio di pochi minuti che viene poi sparato ad elevatissima velocità, seguito poi immediatamente da un altro, e da un altro ancora. Questa ripetizione, questa manipolazione, questa sistematicità non solo pongono tutte le notizie su uno stesso livello (l’atto di sangue compiuto da un fanatico è accostato al servizio sull’obesità in Europa), ma impedisce allo spettatore di afferrare il concetto della stessa informazione a causa della sua velocità e spietatezza.
Ci ritroviamo così a osservare un susseguirsi di immagini, senza curarci di cosa in realtà contengano, senza curarci dei loro significati. I gesti, gli atti, le parole, i simboli sono persi e allora la morte di una persona passa inosservata come la nascita di un’altra. Tutto ciò è di una tristezza immensa, l’uomo scompare mentre il valore della sua esistenza è ridotto a qualcosa che si può vendere e comprare: una notizia.
Si arriva a un punto limite in cui la mia stessa esistenza mi è indifferente, perché non ho più filtro di giudizio, allora si può dire che si sia compiuto il delitto perfetto.
La tv purtroppo riveste oggi anche una funzione pseudo-educatrice e si sostituisce alla balia, e al compagno di giochi; è diventata una sorte di genitore collettivo.
Mi sono dilungato sul ruolo sociale della televisione, principale collegamento fra noi e il mondo, perché a mio parere è lì che ha origine il degrado psicologico e culturale della nostra società. La tv, essendo quotidianamente utilizzata dalla pressochè totalità della popolazione occidentale influenza inconsapevolmente idee ed abitudini del telespettatore inserendo furtivamente nella sua mente un metro di guidizio, una visione della realtà che non è frutto della sua personale valutazione ma di una cultura mediatica e artificiale. Strumento di informazione e di svago degenerato, la televisione è promotrice di un’alienazione collettiva che annichilisce la capacità di elaborare una propria valutazione critica della realtà. Contaminata dalle leggi del mercato, è diventa un sottile strumento di controllo economico (es:il bombardamento pubblicitario che esorta il consumatore a inserirsi nel circuito chiuso del desidero-acquisto-consumo. ), politico (es: lo stesso TG, che dovrebbe essere per definizione neutro e imparziale, a seconda dei canali si tinge di questa o quella tinta politica) e culturale (ad es: detta mode e tendenze); è l’allevatrice della polvere.
Concludendo, la tv è lo specchio deformante di una realtà deformata, e in quanto tale distorce e riflette tutti i vizi della nostra società, dunque il suo utilizzo va distillato in dosi omeopatiche, se si vuole mantere la propria originalità e indipendenza da questo perverso e tecnologico burattinaio, padrone della nostra epoca. Per una volta cerchiamo una risposta che sia nostra e libera da ogni preconcetto figlio di questa civiltà capitalista, mediatica e consumista perché le risposte uno se le deve dare da sé, su misura, cercar risposte dagli altri è come calzarsi al piede una scarpa d’altri, quelle degli altri sono scarpe scomode.

F.T.


Se ti interessa una lucida critica dell’attualità e della civiltà mediatica leggi:“Patafisica e arte del vedere”

Breve trattato sulla discoteca

E' triste che la discoteca sia lo specchio della nostra generazione, o, per lo meno, di una buona parte di essa, questo ameno luogo infatti racchiude in sé tutti i concetti chiave della nostra gretta società odierna, l'ostentazione del denaro, un'inutile e volgare trasgressione, il tema della “solitudine in mezzo alla folla”, l'ammirevole ricerca di una morte prematura.
La discoteca non è nient'altro che un modo per non sentirsi soli, spenti, offre la pia illusione che si stia effettivamente facendo qualcosa delle proprie miserevoli vite, per convincersi di essere qualcuno che si gode la vita, che è padrone di sé stesso e del suo tempo, in realtà basterebbero pochi minuti di autoanalisi per rendersi conto che tutto questo non è altro che il frutto di una società allo sfascio, infarcita di falsi valori (leggasi denaro) e dove i rapporti umani si riducono ad una limonata occasionale nello squallido bagno di un qualche locale di terz'ordine dal nome esotico e accattivante come un libro di Isabella Santacroce.
Ma ovviamente nessuno ha interesse a vedere cosa ci sia effettivamente dietro a questo fenomeno figlio della massa e del consumismo e i gestori ringraziano.
Purtroppo questo non è un trattato di psicologia e io dovrei essere ironica, abbandoniamo dunque la “dietrologia” e gettiamoci a capofitto nelle amorevoli braccia della stupidità umana.
Se qualcuno volesse criticare le discoteche non faticherebbe affatto a trovare argomenti che supportino la propria tesi, si potrebbe parlare dell'uso e spaccio di droga, delle “stragi del sabato sera”, delle risse, della violenza, addirittura dei danni uditivi causati dalla prolungata esposizione a tutti quei decibel; conscia dunque del fatto che parlar male di certi posti sarebbe come sparare a dei pesci in un barile, cercherò di tralasciare gli argomenti sopracitati (anche perché ho il sospetto che tutti sappiano che droga e alcol portano a morte prematura) per darmi all'arte della “critica sterile”.
C'è chi dice che bisognerebbe dire il peccato e non il peccatore, ma come non soffermarsi sulla fulgida icona dell'avventore-tipo di tale locus amoenus?
Tutti saranno andati almeno una volta in discoteca, ma questo certo non fa di noi degli armenti dalla personalità pari a quella di una scarpa, il fenomeno inizia ad essere preoccupante quando ogni sabato che il buon Dio manda sulla terra uno spende minimo dieci euro per andare in un posto chiassoso e affollato che odora di sudore e reflussi gastrici dove, se dotato di almeno due cromosomi X, verrai come minimo palpeggiato da un paio di sconosciuti con almeno il doppio dei tuoi anni e se invece hai optato per un cromosoma Y, coinvolto in una rissa tra ubriachi.
Sarà che la mia idea di divertimento non corrisponde esattamente al vomitare su un orribile divanetto in similpelle, ma davvero non vedo cosa ci sia di così eccitante.
Forse è la musica che anche un bambino di cinque anni, che batte ripetutamente il suo paffuto ditino su una tastiera della Chicco, potrebbe fare? Forse le interminabili code all'ingresso? O magari preferiscono quelle al guardaroba?
Ci sono! Devono essere quelle lucette chemioluminescenti normalmente usate per la pesca notturna, Nessuna meraviglia dunque che se le mangino (per inciso, ingerire quella roba può causare ipoglicemia e insufficienza epatica e renale acuta, facciamo anche un po' di educazione alla salute).
Perché si va in discoteca? La risposta è talmente ovvia che addirittura uno del Dante ci arriverebbe. Va di moda. Sì, ebbene è proprio questo il segreto del successo di tutti quei locali. Non perché è divertente, non perché l'esperienza ci lascia arricchiti nella nostra, già vacillante, interiorità.
Ma torniamo al fattore moda, come ogni tendenza essa nasce dalla stupidità della massa e dal bisogno di poveri individui di fare soldi, questi deliziosi subumani, incapaci di una qualsivoglia occupazione utile nella società, escogitarono un modo per spillare soldi ai ragazzini di 14 anni, o comunque a individui con la stessa capacità cranica di un quattordicenne. Il metodo era piuttosto semplice, la discoteca era una cosa da grandi. Come non fremere di gioia orgogliosa quando uno di questi fanciulli, forti della loro condizione di neoliceali e delle loro scarpe firmate comprate dal “papi” in occasione del primo giorno di scuola, ti passa accanto bullandosi con l'amichetto che sono stati in discoteca fino alle tre di notte a bere perché “io non sono mica un bamboccio!”. Lo stesso principio potrà essere applicato anche a fasce d'età superiore, basterà aggiungere un uno per ogni anno in più. Non siete felici dunque? Male! Dovreste, per certi individui il coma etilico è una benedizione. Andare in discoteca dunque è come dire al mondo “eccomi, sono un adulto, faccio le cose che fanno i grandi, mi prendo la mononucleosi andando con chiunque sia dotato di due gambe e respiri e mi metto in lista per un trapianto epatico”.
Come riprova del fatto che i locali notturni sono fonte di popolarità basta dare un'occhiata a chiunque si definisca PR o DJ, i primi si vanteranno delle loro conoscenze, i secondi della loro cultura in ambito musicale, il fatto poi che i loro rapporti amicali si limitino ad un “Oh! Ciao vez, come ti va?” e che la “cultura musicale” si limiti ai remix delle canzoni dello Zecchino d'Oro per loro è indifferente.
Una menzione particolare va anche agli intrattenitori, le cubiste, disinibite nonché ubriache ragazzine di quattordici anni, travestiti sadomaso (oh! L'inutile trasgressione!) e i già citati Disk jockey, abili ragazzotti che fanno il lavoro di un qualunque lettore CD e “suonano” la consolle, come se pigiare bottoncini a caso richiedesse una qualche abilità superiore a quella di una scimmia ammaestrata e i magici giovini delle Public relations, distributori ambulanti di volantini che finiranno per diventare venditori porta a porta di aspirapolvere.
Va però detta una cosa, nonostante la loro opprimente banalità ammantata di ingiustificato orgoglio, essi sono coerenti, sono quelli che riempiono i loro blog delle foto di “serate scascio in disco”, di sproloqui senza capo né cosa sulla musica house e elettronica, di strazianti resoconti sulle loro avventure amorose che durano il tempo di un tete-a-tete in mezzo alla pista.
Deprecabili sono piuttosto, quei buffi pseudo intellettuali che criticano la discoteca, perchè loro non sono mica “dei pecoroni che seguono la massa”, peccato che immancabilmente, giusto per non fare la figura degli “sfigati asociali”, ci vadano, si ubriachino e poi si lascino andare a commenti su come sia desolante andare in discoteca. C'è più dignità nell'ottusa perseveranza delle proprie azioni sbagliate che nella codardia di chi non ha il coraggio di sostenere le proprie idee.
Vorrei chiudere con una citazione dal caro film di Davide Ferrario, Tutti giù per terra, “Le discoteche sono come le chiese; preti e dj si dannano l' anima per convincerti che tutto va bene, tutto è bellissimo. Io in chiesa e in discoteca ci andavo una volta l' anno. In chiesa se moriva qualche parente e in discoteca oggi, e più o meno con lo stesso stato d' animo.”

Giulia O.

TEMPOTORMENTO

Tic&Taccano via gli attimi, carne e ossa dei giorni fiacchi
E tu consumi e accartocci ore come fogli di giornali vecchi,
Calpestando cemento su uno straccio di terra nella tua città natia,
Aspettando, chissà, qualcuno o qualcosa che ti mostri la via.

Sei stanco di giacere in letti di colla, stanco di contare gocce di pioggia,
Sei giovane, lunga è la vita, l’ora dei conti sembra una vaga bugia.
Poi un giorno scopri che sul tuo volto sono scivolati dieci nuovi anni,
Nessuno ti ha detto quando dovevi correre, hai mancato lo sparo del “via!”.

E tu corri e corri per raggiungere il sole, ma è un cranio vuoto che affonda,
E ti accorgi che alla fretta d’abitudine forse dovevi cercare un motivo.
Il sole è lo stesso, l’eterno vegliardo, ma tu sei più vecchio, nè morto né vivo,
Un passo malfermo ritma il tuo cieco cammino, alla morte di un giorno più vicino.

In una muffa farsa si è consunto il sogno della rosata fantasia di bambino,
E la vita che scorre fra le tue mani di comparsa, si china in un garbato declino.
Sbiadito è il ricordo di quando, nell’incalzo della corsa, agitavi le braccia per spiccare il volo,
Il cielo è invecchiato, il battello è salpato, mentre tu ancora lo aneli ormeggiato al solingo molo.

Ogni anno si và accorciando, collezioni spazzatura perché tempo non c’è
Si sgretolano progetti, fumosi miraggi, su mezze pagine di quaderni qua e là.
Resistere in quieta disperazione, maschera di cera sul viso, è la dottrina del sorriso.
Il tempo è trascorso, la clessidra vuota, muta la penna che non scrive più.
F.T.

Oi barbaroi


Il mondo ha perso le sue sfumature. L’indefinito deve essere dimenticato, perché tutto ora è chiaro. Il Viola liquido dei cristalli affoga le nostre retine e rapido si sparge in noi come una droga.
I nostri giorni sono scanditi da sequenze artificiali. I momenti più belli sono incollati nel futuro da una playlist. Quattro quarti martellante è il ritmo del progresso.
Ci dicono che non abbiamo speranze, che siamo un popolo di falliti, incerti, disillusi, fuori rotta: Tutta una schiera di militanti benpensanti si preoccupa per noi. Ci sembra scorretto deluderli così schiettamente, ma purtroppo siamo costretti: Grazie, ma siamo “nuovi”, tutto qui, cresciuti con storie che non ci appartengono più oramai. E abbiamo una sete tremenda, ve lo giuriamo, perché quando ci siamo accorti che i nostri territori erano frontiere mai varcate prima, la gola ha cominciato a bruciarci cercando qualcosa di ignoto. Non c’è da avere paura, non siamo venuti per cancellare il passato, ma solo per vivere il nostro presente. Neppure abbiamo paura, perché in ogni modo, saremo noi a sopravvivere.
Dove voi vedete rumore, noi vediamo musica che pulsa viva ed elettrica sopra un pavimento fluorescente, ed il nostro organismo ha imparato a conviverci grazie ad un evoluzione che ci ha reso un tutt’uno con la tecnologia. Le nostre braccia si allungano attraverso protesi meccaniche; parlano con codici e numeri; la nostra mente elabora le percezioni per immagini, facendoci muovere in una gigantesca opera cinematografica. Dateci uno schermo e vivremo.
Che brucino i prati. Il mare si secchi pure, purché ovunque le Metropoli estendano le loro radici. Voi pazzi che proclamate la morte del romanticismo e vi opponete alle Strade avete gli occhi serrati e non cogliete la Bellezza Contemporanea: con i loro bagliori notturni le Città non annullano le stelle nel cielo: le portano semplicemente a terra. Non vedete che un semaforo è un capolavoro?
Non prendetela come una provocazione. Provocare è l’ultima cosa che vogliamo: Provocare è così banalmente scontato. Provocare non suscita più sdegno. Perché shockare quando si può meravigliare? Ci rifugiamo in una realtà estetica inconsueta, questo si, ma ci farete prima o poi l’abitudine. Quello che vogliamo è conquistare il nostro spazio di Storia e spegnere una sigaretta sul foglio del Tempo, euforicamente.
Maledetti neurodecadenti, con l’avvoltoio della paranoia fisso sulla spalla, smettetela di fare ombra con la vostra disperazione e scendete nelle piazze dove infinite cattedrali di vetro vi aspettano! E lì potrete costruire con altri la più grande meraviglia che l’uomo abbia mai visto: la Notte. Il buio è un brutto ricordo, è vinto è sottomesso. Solo noi l’abbiamo sconfitto, e come danzando sul cadavere di un animale, ne contempliamo la magnificenza dell’eternità. Guardiamo il passato e lo riveriamo, consci però che non si tratta del riflesso del nostro specchio, ma il riverbero di qualcosa da cui non attingere, da lasciare al suo posto. Ciò che è finito è finito. Smettetela di affidarvi alla tradizione, ma allargate l’esperienza. Abbandonate i pennelli: usate i cursori e vedrete quadri intensi, vibranti, nitidi e luminosi come non mai! E cedete, cedete anche voi all’ipnosi sintetica di questi nostri valzer serali che impattano veloci come in autostrada sul nucleo delle cellule, facendole sussultare ad ogni battito. Così, diretti, senza percorsi panoramici.
Siamo quelli del tutto e subito, proprio quelli. Il tempo è poco, abbiamo bisogno di immediatezza, non si tratta di un capriccio. A che serve meditare, se con un gesto possiamo arrivare all’essenza, al cuore, all’Alpeh, delle cose? Per questo siamo qui, per ridisegnare l’Arte con pochi tratti decisi, così da poterla accogliere in un istante, e a riempirla di colori e decori, così da poterne godere estasiati.
Vogliamo scappare dalle ipocrisie. Ci sembrate ridicoli, voi, che fate finta di niente e vi nascondete sotto grottesche bugie, idolatrando la sostanza e relegando la Forma ad una vacua cornice. Apparire è meno importante di essere? Quanto siete superficiali. I paesi ormai sono piccoli, siamo milioni, i villaggi sono diventati universi, e gli uomini non si bastano più da soli. Sono le masse a tenere le redini del gioco e al contempo ad esserne succubi: non si può più contare sulla propria natura, ma la sopravvivenza è data dal costante interfacciarsi con i simili. Apparire, emergere, è una questione biologica, è l’istinto dei tempi nuovi. Chi storce il naso inorridito, credendo di trovarsi innanzi ad una schiera di sciocchi vanesi o snobistici arroganti, è già nello stomaco della Storia, e poco manca prima che venga definitivamente digerito. Dobbiamo vivere per sempre, nei ricordi, sapendo che l’unica possibilità di successo è data dalle nostre azioni. Rispecchino o meno la nostra identità, siano bellissime, uniche e conosciute. Nessuno mai ci capirà mai fino in fondo (è questo il destino tragico dell’uomo) e forse mai ci conoscerà, ma attraverso la nostra immagine e il nostro nome, portabandiera nelle decadi, ci permetterà di rinascere. O si è grandi, o non si è.
Ma soprattutto, dobbiamo vivere dei ricordi, l’unico cibo della Personalità. Non sappiamo perché, ma la vita ci sparge dentro colori, musiche e odori che pian piano generano in noi un catalogo chiamato Memoria. In pochi hanno coscienza di tutto questo e molti si ostinano a vivere come se ci fosse una possibilità di ritorno, non curandosi di compiere ogni cosa nel modo più perfetto possibile. La vita deve essere un film. E quei colori, quelle musiche e quegli odori devono comporre una nostra personalissima colonna sonora di sintesi capace di rievocare le sue sequenze.
Capite ora perché fuggiamo dalla noia, dal tedio, dalla passività, dal disfacimento e cerchiamo di Catturare la gioia, la festa, la bellezza? Capite, ora lo scopo della nostra esistenza, la meta verso cui l’uomo si è sempre rivolto senza rendersene conto? La Collezione. La raccolta dei momenti migliori della nostra presenza in questo mondo.
Noi lo abbiamo capito, e ci muoviamo ormai lungo coordinate troppo lontane dalla vostra mappa.
Tutto, subito e per sempre, dentro e fuori di noi.

Esteva